COME SI SPIEGA IL BOOM DI ARCIMBOLDO? COLORI, FANTASIA E GENIALITA'...

LE QUATTRO STAGIONI (1563) - furono eseguite dopo il trasferimento a Vienna presso la corte di Massimiliano II. Delle stesse ne furono dipinte diverse copie che il Kaiser regalava ad altri sovrani o a nobili dignitari asburgici. 


Attendevo da molto tempo la realizzazione di una bella mostra su Arcimboldo e devo dire che quella in corso a Palazzo Barberini mi ha davvero soddisfatto. L'esposizione era probabilmente più attesa del previsto e, considerate le code che in questi giorni si stanno formando davanti alla biglietteria, non mi sembra eufemistico parlare di un vero e proprio "boom" Arcimboldo, pittore secondo me spesso ingiustamente messo in secondo piano dalla critica ma che invece, a più di quattrocento anni dalla sua morte, si è scoperto amatissimo sia dai grandi che dai più piccoli.

Ma come si spiega questo grande successo del pittore milanese? Dal punto di vista strettamente personale, ho provato a dare la mia versione basandomi sulle emozioni che mi ha lasciato questa mostra. Emozioni che a mio parere ruotano attorno a tre parole: colori, fantasia e genialità. E per iniziare questa piccola storia su un artista così particolare e che in un certo senso ha saputo guardare molto oltre i tempi in cui visse, comincerei proprio dall'ultima delle tre: la genialità.

AutoritrattoGiuseppe Arcimboldo. Il pittore, al momento in cui eseguì l'opera, aveva 61 anni, come si evince dal numero che si può notare sulla fronte. 


Limitare Giuseppe Arcimboldo nella stretta etichetta del pittore di bizzarra maniera, sarebbe probabilmente riduttivo. Il nostro ebbe infatti una formazione artistica importante e articolata. Figlio d'arte (il padre Biagio era pittore presso la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano), esordisce nell'arte sacra verso il 1551 come disegnatore di cartoni per le vetrate della cattedrale milanese oltre a progettare un grande affresco per il Duomo di Monza (1556) e un arazzo con la rappresentazione della Dormitio Virginis per il Duomo di Como (1558). Contemporaneamente subisce probabilmente il fascino, ancora molto forte nell'ambiente milanese dell'epoca, della pittura di Leonardo e dei pittori nordici, che colpirono la sua indole di disegnatore e lo spinsero verso una particolare ricerca sull'espressione umana e sul mondo naturale.

LA PRIMAVERA(a sinistra) è una donna composta da una grande varietà di fiori, con il capo rivolto verso sinistra come l'Autunno. Tutta la figura ha origine da una composizione floreale, la pelle del viso e le labbra sono petali rosa, boccioli e corolle, i capelli sono un bouquet variopinto e rigoglioso, gli occhi sono bacche di belladonna. Una collana di margherite ne orna il collo, mentre il corpo è coperto da una vasta selva di foglie di differenti fogge. L'impianto allegorico del dipinto è stato largamente studiato, e dall'analisi risultano chiari alcuni particolari: si nota una preponderanza dell'iris sul seno della donna, mentre l'orecchino è formato da un'aquilegia; assieme al giglio che risalta sul capo, si tratta di fiori con una valenza simbolica molto evidente, in particolare in un'iconografia lontana da quella italiana. 
 L'ESTATE è il solo dei dipinti, nella versione originale e in quella del Louvre, a portare la firma di Arcimboldo, anche se la paternità dell'autore non è messa in dubbio per i restanti tre. Il soggetto è ancora una donna, ma, a differenza della Primavera, ha il viso rivolto verso destra: questo crea quindi una divisione a coppie dei dipinti.



L'AUTUNNO (a sinistra) è rappresentato come un uomo dai lineamenti grossolani, poco gentili; come la Primavera, egli guarda verso sinistra. Il collo, formato da due pere e da alcuni ortaggi, spunta da un tino parzialmente distrutto mentre le doghe di legno che lo formano sono tenute legate tramite dei rami di salice. La faccia è formata da pere e mele, visibili in particolare sulla guancia e per il naso; il mento è una melagrana, mentre l'orecchio, un fungo, regge un pendente a forma di fico. Le labbra e la bocca sono formate dal riccio della castagna mentre la peluria del viso è resa tramite del grano. La capigliatura è composta esclusivamente da uve e viti, alla cui sommità si trova una zucca, contraltare del giglio della Primavera. L'INVERNO è invece rappresentato come un vecchio la cui pelle è un tronco nodoso, con escoriazioni naturali e rigonfiamenti del legno per sottolineare le rughe e la pelle rovinata dall'età. La barba, rada e poco curata, è resa tramite radici o piccoli rami mentre la bocca è formata da due funghi. L'occhio visibile è una spaccatura nera del legno, così come l'orecchio è ciò che resta di un ramo spezzato; i capelli sono un groviglio di rami, accompagnato sul retro da una serie di piccole foglie. i capelli sono un groviglio di rami, accompagnato sul retro da una serie di piccole foglie. La spoglia figura è ravvivata solamente dai colori del limone e dell'arancia, pendenti da un ramo proveniente dal "petto" dell'uomo: l'inverno è infatti la stagione in cui la natura non è rigogliosa e non dà frutti, tranne, in Italia, gli agrumi. La veste dell'uomo è una semplice stuoia di paglia, su cui però è ricamato uno stemma che forse rimanda al committente dell'opera: Massimiliano II. L'inverno, prima stagione dell'anno nel calendario imperiale romano e perciò più importante tra le quattro, potrebbe essere quindi associata all'imperatore stesso.



La vita di Arcimboldo cambia però in maniera drastica e improvvisa nel 1562 quando diviene pittore di corte dell'imperatore d'Austria Massimiliano II. A Vienna, il pittore milanese, può infatti dare sfoggio della sua esperienza sublimata in una versatilità artistica non comune. Oltre all'attività di ritrattista ufficiale di corte, organizza feste, tornei e cerimonie per i quali provvede personalmente a disegnarne i costumi e gli allestimenti. Inoltre viene probabilmente a contatto con le illustrazioni naturalistiche e le svariate collezioni di animali (esposti ormai morti sotto teca)  che arricchiscono le "Wunderkammern" viennesi dal gusto mostruoso e che affinano ulteriormente la sua ricerca del particolare. Infine la stima del Kaiser e, in particolar modo, del figlio Rodolfo II, porteranno Arcimboldo a sperimentare inedite forme iconografiche che genereranno il suo linguaggio artistico geniale e senza tempo. Prove tangibili sono le "Teste Composite" con i temi delle "Stagioni" e degli "Elementi", raffigurazioni grottesche che, se lette con estrema attenzione, si spingono oltre la bizzarra maniera proponendo una non comune, ma fortemente condivisa dai committenti, celebrazione della famiglia imperiale austriaca. 

L'allegoria de "Il Fuoco" (1566) combina in maniera geniale oggetti legati al fuoco e alle armi. La guancia è formata da una grande pietra refrattaria, il collo e il mento da una candela bruciante e da una lampada ad olio, i baffi biondi sono formati da un fascio di trucioli di legno, l'occhio è un mozzo di candela estinto, i capelli della testa formano una corona di tronchi ardenti. Il busto è composto da armi da fuoco, barili di mortaio e una pala per la polvere da sparo. Posizionato in modo inconfondibile nell'immagine è il collare dell'Ordine del Toson d'Oro, sotto il quale si può vedere l'aquila reale imperiale: un chiaro riferimento alla Casa degli Asburgo e al committente, l'imperatore Massimiliano II, in questo caso il signore della guerra.
L'allegoria de "L'Acqua" (1568) è una delle più complesse tra Teste Composite di Arcimboldo. Tra gli elementi acquatici che la compongono sono state identificate più di sessanta specie, tra pesci, rettili e mammiferi, tutti perfettamente identificabili. Sul volto, sono per esempio riconoscibili la razza che compone la guancia, il pesce luna che presta il suo occhio, la murena del naso, lo squalo che forma la bocca, e la molva occhiona che costituisce la barba. Anche qui è però presente una doppia chiave di lettura:  I vari elementi, prendono forma umana per visualizzare il dominio della casa d’Austria sull’universo e sul tempo, nella persona del sovrano, adombrato nei profili dei ritratti.

Alla morte di Massimiliano II, Arcimboldo segue la corte imperiale a Praga e continua a lavorare per Rodolfo, suo convinto estimatore e mentore assieme al quale condivide gli interessi per l'alchimia, l'esoterismo e le scienze naturali. E'lo stesso imperatore, assiduo frequentatore dello studio del pittore, a suggerirgli nuove chiavi di lettura per i suoi quadri che, con il tempo, diventano sempre più fantasiosi e cromaticamente ricchi. Giuseppe ottiene inoltre da Rodolfo la nomina a Conte Palatino e, nel 1587, il permesso di poter tornare nella sua Milano.

L'ultimo periodo della sua vita sarà caratterizzato da nuovi successi, come quelli ottenuti con le cosiddette "Teste Reversibili", composizioni di chiara influenza leonardesca per quanto riguarda il grottesco e di comunanza col genere delle nature morte ma di doppia lettura sia dal punto di vista dell'osservazione che del significato.  
  
ORTAGGI IN UNA CIOTOLA/ L'ORTOLANO (1587-1593) - Nel quadro, apparentemente una raffigurazione di natura morta, se osservato in maniera reversa, è riconoscibile una figura antropomorfa composta con la verdura. Al soggetto è stato dato anche il nome di "Priapo", poichè la composizione richiamerebbe l'organo genitale maschile. 

ARROSTO/ IL CUOCO (1570) - Stesso discorso dell'ortolano. Il quadro se osservato in maniera normale raffigura un piatto di carni arrostite. Se invece è visto in maniera diversa, ci troviamo di fronte a una antropomorfa e grottesca figura di cuoco. Il particolare del naso formato con il pollo, sarà ricorrente in altre opere di Arcimboldo.

Giuseppe Arcimboldo muore a Milano nel 1593. Caduto in oblio nei secoli successivi, è stato però riscoperto a partire dall'inizio del '900 sull'ondata dell'esperienza surrealista della quale è stato, in qualche modo, inconsapevole anticipatore. Il lato giocoso, fantasioso e cromatico della sua visione del mondo, in cui  vive una valenza enigmatica, inquieta e intrigantemente nascosta, rappresenta probabilmente la chiave di un successo artistico nel quale gran parte degli odierni fruitori si sente, probabilmente a giusta ragione, sentimentalmente partecipe.

IL GIURISTA (1566) - è un esempio di Testa Composita, formata dagli strumenti del suo lavoro: libri, tomi e scartoffie. Dipinto probabilmente a Praga rappresenta un'unione tra naturalismo e invenzione fantasiosa che, in quegli anni, diventerà una moda. Si è ipotizzato, tra l'altro, che il soggetto di questo quadro potesse identificarsi nel cappellano di corte con cui Arcimboldo non aveva un buon rapporto o addirittura nel riformatore Giovanni Calvino.


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