PALAZZO BARBERINI: UN CARAVAGGIO ESPOSTO PER LA PRIMA VOLTA
#Segnalo il ritratto del Vero "Maffeo Barberini", opera di #Caravaggio esposto per la prima volta a Palazzo Barberini in #Roma

Nonostante il soggetto del dipinto non sia mai stato accertato storicamente, esso viene tradizionalmente ritenuto dalla critica come il ritratto di monsignor Maffeo Barberini all'età di circa trent'anni. Il prelato, che in gioventù fu anche poeta e letterato, nel 1623 sarà eletto papa con il nome di Urbano VIII, grande promotore delle arti e una delle figure più importanti del barocco romano.

La maggiorparte degli studiosi data l'opera all'anno 1599, subito dopo la nomina di Maffeo a chierico della Camera Apostolica. Altri studiosi collocano invece il dipinto in un arco temporale leggermente spostato in avanti tra 1603 e 1604, più o meno quando il papa Clemente VIII nomina Maffeo nunzio apostolico a Parigi.

Il dipinto ci presenta un lato poco conosciuto di Caravaggio: quello dell'autore di ritratti. Le fonti dell'epoca ricordano che il Merisi del periodo romano si cimentò molto frequentemente con i ritratti, specialmente quelli di importanti personaggi di Curia. Purtroppo molte di queste opere non sono giunte fino ai nostri giorni. Il senese Giulio Mancini, medico personale di Urbano VIII e, al tempo stesso, oculare conoscente di Caravaggio, riferisce che il Maestro, non solo effettuò diversi ritratti dei componenti della famiglia Barberini, ma rivela anche un particolare tecnico. Il Merisi, a detta di Mancini, avrebbe eseguito questi ritratti senza modello. Non si curava quindi della somiglianza fisiognomica del soggetto ritratto, riuscendo comunque a superare in immediatezza e vividezza l'approccio naturalistico mettendo in evidenza la forza dei gesti e dell'essenza del personaggio nel momento del ritratto.

Anche nel caso di Maffeo sembra emergere questa modalità operativa. La figura del prelato è posta di tre quarti, seduta, illuminata da un fascio di luce. Essa sembra emergere da un fondo buio ed indefinito apparendo quasi monumentale. Lo sguardo è impaziente, gli occhi segnati da un leggero strabismo, la bocca semiaperta. La mano destra, sospesa e rotante, buca lo spazio in profondità, quasi a voler stabilire un contatto con lo spettatore. La mano sinistra stringe con energia una lettera. Pochi, semplici tratti con cui intuiamo la personalità colta, decisa, solida ed ambiziosa del nostro Maffeo.

La luce, come sempre, gioca un ruolo decisivo. Leviga l'epidermide e grazie ad un impasto più denso si concentra tra la fronte e l'occhio destro. La tecnica di costruzione degli occhi è poi molto particolare: per separare la sclera dall'iride Caravaggio lascia in vista un sottile strato della preparazione mentre sull'iride stessa pone una pennellata di biacca per rendere lo sguardo più vivido. I colori usati sono pochi: bianco di piombo, terre, cinabro e diverse sfumature di verde per l'abito talare, per la poltrona e per i cordoni di velluto.
Il vero "Maffeo Barberini" fu attribuito a Caravaggio da Roberto Longhi, il quale riprese un precedente parere di Giuliano Briganti, scopritore del quadro. Secondo l'ipotesi di Longhi, l'opera sarebbe rimasta per secoli nella collezione Barberini finchè, intorno al 1935, fu immessa nel mercato antiquario a seguito della dispersione della stessa collezione. Anche Federico Zeri ritenne il quadro come opera di Caravaggio, indicando la sua provenienza dal mercante Sestieri, già curatore della Galleria Barberini. Tuttavia pur essendo ormai ritenuto da tutta la critica contemporanea opera autografa di Caravaggio, la tela non è stata fino ad ora mai esposta.
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