OVIDIO, IL MITO DI NIOBE E IL GRUPPO DEI NIOBIDI DI CIAMPINO




Quest'anno ricorre il bimillenario della morte del celeberrimo poeta latino Publio Ovidio Nasone. Roma lo celebrerà a breve con un' esposizione alle Scuderie del Quirinale nella quale si potranno ammirare oltre duecento opere d'arte che nei secoli hanno ripreso i temi e gli episodi dei suoi scritti.
Tra queste dovrebbe essere presente anche il meraviglioso gruppo dei Niobidi, riemerso qualche anno or sono a Ciampino, in un'area prossima alla Via dei Laghi, nel corso di una capillare campagna di scavi effettuata dalla soprintendenza archeologica del Lazio presso il sito in cui anticamente sorgeva la villa di Valerio Messalla Corvino, uomo politico di spicco dell'epoca, console nel 31 a.C. assieme ad Ottaviano, nonchè letterato e protettore, tra gli altri, dello stesso Ovidio.
Il ritrovamento è stato a dir poco eccezionale in quanto si tratta di un gruppo di sette statue di età augustea che con molta probabilità ornavano la piscina della villa di Messalla. Gli studiosi ipotizzano che le sculture furono abbattute da un terremoto che, nel II secolo d.C., le fece precipitare sul fondo della vasca, dove rimasero inviolate per secoli. Ma la particolarità più emozionante consiste nel fatto che queste sculture potrebbero rappresentare il filo conduttore tra noi e Ovidio. Il poeta, frequentando il circolo e la villa di Messalla, quasi certamente le vide nel loro massimo splendore. E probabilmente queste sculture ne influenzarono anche la produzione lirica dal momento che, nelle Metamorfosi, il poeta di Sulmona riprese proprio il mito di Niobe.

Statua di Ovidio a Costanza (Romania). Esiliato, per cause ancora non conosciute, nella cittadina di Tomi sul Mar Nero, il poeta vi morì nell'anno 18 d.C. 

A questo punto è necessario introdurre velocemente il mito di Niobe: figlia del re della Lidia Tantalo, fu data in sposa ad Anfione, re di Tebe, dalla cui unione nacquero ben quattordici figli, sette maschi e sette femmine. La regina era una donna fortunata, aveva nobili natali, immense ricchezze e grande potere, ma ciò che la rendeva maggiormente orgogliosa era la sua numerosa prole. Durante le festività in onore della dea Latona, Niobe osò interrompere i riti sacri proclamandosi superiore alla dea, che era madre di due soli figli, Apollo e Diana. Latona, irata, chiese a loro di vendicare l’onta subita, punendo così le empie parole della regina. Apollo uccise i sette figli di Niobe fuori dalla città di Tebe, mentre questi si allenavano a cavallo e nella lotta. In seguito ai nuovi insulti proferiti dalla superba madre, che era accorsa sul luogo della strage insieme alle sue figlie, anche queste vengono uccise dalle frecce di Diana. Infine, Niobe per il troppo dolore si tramutò in dura roccia e, avvolta da un turbine, venne trasportata sulla cima di un monte, nella sua terra natìa, dove continua a versare lacrime.

Il gruppo dei Niobidi allestito nel museo di Tivoli (foto da archeologiavocidalpassato.com)

Ho avuto modo di ammirare il gruppo dei Niobidi all'interno della mostra "E dimmi che non vuoi morire", allestita durante l'estate scorsa presso il Museo del Tempio di Giove a Tivoli. Le sette sculture facevano parte di un gruppo, probabilmente replica di un originale più antico, che attenendosi al mito, ne contava circa quattordici o quindici. La critica ritiene che le statue dei figli potevano trovarsi attorno alla piscina, mentre Niobe, della quale ci è giunta solamente la testa (fig.1), era issata su un basamento al centro della vasca. La madre, per sempre fissata nella pietra come nel racconto della tradizione, alimentava idealmente con le proprie lacrime la piscina, in un gioco di rimandi tra il mito e la sua rappresentazione.
Pur trattandosi di copie, lo scultore o gli scultori che produssero l'opera, riuscirono a cogliere in pieno non solo il momento del drammatico sentimento di una donna che ha perso la folle sfida contro il volere degli dei, ma soprattutto quello di una madre che ha perso i propri figli rimanendo condannata per l'eternità a piangerne la fine e l'umana debolezza.
Il restauro del gruppo statuario dei Niobidi è stato molto impegnativo a causa dell’avanzato stato di corrosione del marmo che ne impediva addirittura il riconoscimento. Le superfici erano infatti rivestite da uno strato di terra molto spesso che ha costretto i restauratori ad asportare anche grani di marmo. Inoltre laddove vi fossero zone meno incrostate, la pietra presentava un avanzato stato di corrosione che ne aveva intaccato la superficie originaria, presentandosi erosa. Grazie ad alcuni particolari restauri ulteriori, si è riusciti a ricollocare sulle superfici i grani di marmo meno pesanti.
Nel post, le foto che ho scattato all'allestimento di Tivoli.







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